Deserto nel Namib in tenda: il mio viaggio on the road in Namibia
04 giugno 2026
9 Min di lettura
Articolo di Claudia Saredi, Consulente per Viaggiare®
Un susseguirsi di paesaggi quasi irreali, attraversati da strade polverose interrotte da cartelli che intimano di fare attenzione ad animali di ogni specie: la Namibia è la destinazione perfetta per il più emozionante dei road trip in libertà. Quasi 4000 km alla guida di un pick up 4 x 4 che per due settimane è diventato casa, equipaggiato di tenda sul tetto, doppia ruota di scorta e attrezzatura da campeggio per un viaggio indimenticabile, alla scoperta di luoghi incredibili: dall’Etosha al Damaraland, dalla Skeleton Coast al deserto del Namib, passando per paesini sperduti e città fantasma dai nomi impronunciabili.
Scegliere un alloggio meno convenzionale significa ovviamente rinunciare a qualche comfort, ma vuol dire ricevere in cambio la sensazione di immergersi davvero in questi posti dai colori surreali. Non ci si deve però aspettare di poter improvvisare l’itinerario on the road: in Namibia è vietato (e sarebbe anche piuttosto pericoloso) il campeggio libero, pertanto le tappe vanno pianificate con cura e in qualche caso con largo anticipo. In alta stagione e nelle zone più celebri, come Sesriem o Etosha, i posti si esauriscono con facilità; le distanze sono spesso importanti e le condizioni delle strade non sempre ottimali, per cui la ricerca sulle mappe del web può essere fuorviante.
Guidare di notte è vietato, quindi occorre capire esattamente dove soggiornare se si vuole essere sicuri, per esempio, di vedere l’alba sulle dune. Il supporto di chi conosce bene la destinazione come Cartorange è quindi fondamentale anche nel caso di un viaggio in libertà, per ottimizzare tempi e percorrenze.
Dove si trova la Namibia e come arrivare
Arrivare in Namibia dall’Europa è relativamente semplice, anche se le compagnie aeree che operano la tratta verso la capitale Windhoek non sono moltissime e non essendoci voli diretti dall’Italia occorre uno scalo intermedio. Una volta arrivati a Windhoek, città che non offre particolari attrattive, si ritira l’auto e dopo un briefing sull’utilizzo dell’attrezzatura da campeggio si parte all’avventura: e attenzione, la guida è a sinistra! Le strade sono per lo più sterrate, e questo significa due cose: la prima, che occorre molta prudenza e che i limiti di velocità sono decisamente più bassi dei nostri; la seconda, che tutto quello che si carica nel bagagliaio del pickup sarà inevitabilmente sempre pieno di polvere e sabbia.
Come ho organizzato il tour: le tappe
Nella definizione delle tappe da seguire per il tour mi sono affidata a chi la destinazione la conosce molto bene, per valutare al meglio le distanze e le giornate da dedicare ad ogni tappa a seconda dei miei interessi. Partendo dal tour più classico degli highlights della Namibia ho costruito con Cartorange un itinerario che tenesse conto sia di quello che volevo effettivamente vedere che della tipologia di alloggio, per alternare alle notti più spartane in tenda il comfort di qualche notte in lodge o hotel.
Per ragioni di disponibilità dei campeggi, prenotati con larghissimo anticipo, ho deciso di iniziare il tour dal Parco Etosha, procedendo poi in senso antiorario: due notti nel parco sono state per me sufficienti per godermi il paesaggio del pan salino e avvistare moltissimi animali, che si avvicinano alle pozze d’acqua per bere ad ogni ora del giorno e della notte. La seconda tappa è stata la zona del Damaraland, la più selvaggia ed incontaminata: da buona appassionata di montagna non potevo perdermi la zona con il monolite roccioso di Vingerklip, quella con la cima granitica di Spitzkoppe e l’area del Brandberg, abitata dall’elefante del deserto. Procedendo verso la costa, sempre su strada gravel, si arriva alla Skeleton Coast: si scende qui procedendo lungo una strada di ghiaia e sabbia che costeggia l’oceano, fino a Swakopmund, dove sembra di essere in Germania, e si parte per vedere l’incredibile zona di Sandwich Harbour.
Si rientra da qui verso la tappa più famosa e fotografata della Namibia, la zona delle maestose dune di Sossusvlei, da cui sono poi partita per avventurarmi in una zona meno conosciuta, quella di Luderitz e del Fish River Canyon, quasi al confine col Sudafrica. Rientro poi verso Windhoek con tappa nel Kalahari e nella indescrivibile foresta degli alberi faretra.
Sossusvlei: quando il deserto diventa surreale
L’attrazione più celebre della Namibia è senza dubbio il deserto del Namib, che si estende lungo tutta la costa: per quante immagini o video tu abbia visto di questa immensa distesa color albicocca, nulla può prepararti a quello che ammirerai coi tuoi occhi. Chilometri di strada sterrata letteralmente nel nulla, tanto che su 350 km di percorso le attrazioni sono sostanzialmente due, un cartello stradale e una stazione di rifornimento. L’insegna “Tropico del Capricorno” , coperta di adesivi, compare come un miraggio e sembra messa lì per farti scendere a far la foto. Intorno, il niente. La stazione di rifornimento ha un nome evocativo, Solitaire, ed è quanto di più surreale possa esistere: carcasse di vecchie auto che sembrano uscite da un cartoon e un bar dove servono la torta di mele più famosa del Paese, sotto lo sguardo vigile delle manguste.
Si prosegue verso Sesriem: dormire nel campsite del parco è una delle poche possibilità per riuscire ad essere al cancello del parco di Sossusvlei prima dell’alba, e riuscire così ad ammirare i colori del primo sole del mattino sulla leggendaria Duna 45. Per scalare la duna non serve essere particolarmente allenati: una volta pagato il ticket d’ingresso di una decina di euro si parcheggia alla base della duna e si sale per circa 170 metri, sprofondando nella sabbia. Si sale lungo il crinale della duna, in un silenzio ovattato, fino ad arrivare in cima. Lo sguardo dalla sommità abbraccia un infinito oceano di dune: vedere l’alba da qui, quando l’orizzonte si tinge di arancione, è qualcosa di indescrivibile.
Ci si dirige quindi in auto verso Deadvlei, lungo una pista di sabbia che mette alla prova le abilità di chi guida: si può decidere di parcheggiare ed accedere al sito con una breve passeggiata oppure salire su l'imponente duna Big Daddy e arrivare a Deadvlei scendendo, o meglio saltellando, nella sabbia. Scelgo naturalmente la seconda ipotesi: stavolta la duna è decisamente più alta da scalare, e si arriva in cima piuttosto accaldati, nonostante la temperatura sia decisamente fresca. Anche qui il panorama è incredibile: sotto la duna, alta più di 300 metri, si vede il gigantesco bacino secco del Deadvlei, punteggiato di alberi pietrificati. Da qui sembrano quasi piccoli: in un baleno si scende a grandi passi nella sabbia, fino ad arrivare in questo luogo surreale. Nessuna foto, nessun video può farti capire cosa si prova ad essere qui in mezzo, in questo paesaggio primordiale ed essenziale. Ad oggi il sito non è più accessibile con la propria auto, ma occorre parcheggiare all’inizio della pista di sabbia ed utilizzare le navette a disposizione.
Visitare la Namibia in tenda: notti sotto un cielo impossibile
Un viaggio in Namibia in tenda non è di certo adatto a chi cerca il lusso: per quanto alcuni campsites siano dotati di ogni possibile comfort si tratta sempre di una scelta che richiede spirito di adattamento. I bagni sono naturalmente in comune, spesso non c’è la doccia calda, la tenda va impacchettata ogni volta che ci si sposta, la sera si cucina e si mangia alla luce della lampada frontale. Eppure, nonostante tutto, si ha la sensazione di vivere più intensamente ogni momento del viaggio. Quando mi ricapiterà di sentire i versi delle iene che girano sotto la tenda in cerca di cibo come a Sesriem? O di vedere alla reception l’invito a fotografare un serpente in caso di morso, così si può subito identificare?
Il viaggio con la rooftop tent è in realtà molto comune in Namibia, e quindi logisticamente piuttosto semplice: pianificando bene l’itinerario è facile trovare benzina per fare rifornimento, anche se è buona norma rimanere sempre con il serbatoio più pieno possibile, ed è semplice trovare market dove fare scorta di cibo. Concedersi qualche notte in hotel o in lodge permette di godersi una bella doccia e riposare in un letto comodo. Fondamentale è capire bene la stagionalità. La nostra estate corrisponde all’inverno australe: questo significa, banalmente, che ad agosto in Namibia fa freddo, soprattutto a sud. E in tenda, di notte, fa ancora più freddo. Se durante il giorno si indossano tranquillamente t-shirt e pantaloncini, rischiando anche di avere caldo durante qualche escursione, la notte ci si rintana nel sacco a pelo pesante, avendo l’accortezza di tenere nel sacco a pelo anche i vestiti che si metteranno per uscire la mattina dopo. ll momento più difficile della vita da campeggio è sempre quello: uscire dalla tenda la mattina presto!
Il campeggio con l’atmosfera più incredibile è senza dubbio quello di Spitzkoppe, nella zona del Damaraland: Spitzkoppe è un complesso montuoso granitico che si erge nel deserto, con delle formazioni rocciose talmente strane che sembra di trovarsi in un cartone animato dei Flintstones, popolate dal paffuto irace delle rocce. Non ci sono qui delle piazzole assegnate, non c’è acqua corrente, non c’è elettricità: prenotando con larghissimo anticipo si accede al parco e si può parcheggiare liberamente, decidendo dove accamparsi per la notte che scende dopo un tramonto dai colori irreali.
Atmosfera più chic invece per il Bagatelle nella zona del Kalahari: qui, come in moltissimi altri casi, si può scegliere se pernottare nel lodge o nel campeggio. Il vantaggio è che si può approfittare dei servizi del lodge - l’ottimo ristorante, le attività come il safari guidato, il giardino con la piscina per rilassarsi - anche pernottando nel campsite, quindi risparmiando parecchio sull’alloggio. La vera chicca, qui, è che le piazzole sono molto distanziate e hanno addirittura il bagno privato con doccia calda, un vero lusso.
Self drive con CartOrange: quando il "fai da te" ha una guida solida
Viaggiare in libertà significa decidere quanto tempo dedicare ad ogni tappa, che ritmo tenere durante il viaggio, fermarsi quando lo si desidera e proseguire quando qualcosa non ci interessa. Ma questo non significa improvvisare: in una destinazione come la Namibia, dove possono esserci oggettive difficoltà in un self drive, è fondamentale sapere di aver ottimizzato il percorso e di poter contare su qualcuno in caso di necessità. Certo, se si fora una gomma nel Canyon del Sesriem (come mi è capitato) bisogna saperla cambiare; se si incontra un facocero che attraversa la strada di corsa non bisogna farsi prendere dal panico; se nevica come ad Aus bisogna sapere che era il caso di portarsi un piumino pesante. L’importante è affidarsi a chi non solo sa dare consigli generici su cosa visitare, ma che sa esattamente cosa significa viaggiare con questa modalità, senza nasconderne le criticità, ma facendo in modo di trasformarle in esperienze autentiche. Se se alla ricerca di quello che diventerà uno dei viaggi più emozionanti della tua vita, contattami!
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